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mercoledì 22 agosto 2012

Se una calda sera d’estate …

Di seguito una riflessione-impressione di Alessandra Farinola, animo senziente e sensibile, sulla appena conclusa collettiva fotografica "Le città (in)visibili", III edizione di Terra di Sud.


Fare due passi nel cuore antico della tua città, fino a scorgere, tra i vicoli stretti, luci insolite da uno dei suoi angoli più belli: nella suggestiva Chiesa della Morte un vernissage fotografico mostra le anime delle città a chi vuole aprire la propria per conoscerle. Fotografi professionisti e non, a volte semplici appassionati (anche se non c’è mai nulla di semplice in una passione) hanno scelto di condividere le loro emozioni fermate in uno scatto.
Il tema, Le città (in)visibili, presta il fianco ad interpretazioni variegate che hanno colto, di volta in volta, l’aspetto della città che più ha offerto suggestioni all’autore. C’è chi ha scelto di mostrarne il volto imprenditoriale, l’economia che spesso affonda le radici nella sua storia. C’è chi ha letto nei volti della gente un’espressione tale da saper raccontare storie ancestrali in fermo immagine. Qualcuno ha mostrato come un cielo oscuro dominato dalla luna, signora della notte, sappia fondersi armoniosamente col silenzio delle strade. Qualcuno ha creduto di scorgere nei puntelli in legno che reggono antiche pietre in una strada silenziosa gli stessi puntelli che reggono la nostra storia di cittadini di quella città.
Ora attraverso le armonie dei colori, ora con l’incanto del bianco e nero, ogni fotografia racconta una maniera di amarla, la città, e non importa se, anche agli occhi di un profano, la capacità di padroneggiare una tecnica o la possibilità di disporre di strumentazioni sofisticate, si evidenziassero nettamente; quello che ha reso “viva” questa mostra è proprio l’accostamento di tante voci, alcune più grezze, altre più raffinate, tutte espressive perché capaci di tradurre in immagine un moto dell’anima, un’emozione. Quella emozione di sentirsi parte di un bene comune, la città appunto, un bene così comune da perdere connotazioni proprie fino a fondersi in un ideale di città unico che sa scoprire più cose in comune che differenze pur avendo nomi diversi.
Ed ecco il tema: ad un primo sguardo negli scatti le città “visibili”, quello che è evidente all’occhio (un particolare, una strada, un colore); ad uno sguardo più attento si mostra invece quello che accomuna le città le une alle altre ed è “invisibile” solo a chi non sa guardare, ovvero l’essere vita pulsante fatta di sfumature straordinarie, a volte grigie, a volte solari, sempre emozionanti.

Alessandra Farinola  



mercoledì 23 novembre 2011

"How it is", Miroslaw Balka al Tate Modern di Londra



Di seguito posto il mio articolo su Miroslaw Balka apparso sul numero 201 di D'Ars, Marzo 2010...buona lettura!


"How it is", interno, Unilever Series, Turbine Hall, Tate Modern
Non è la prima volta che vado a Londra. Non è la prima volta che ne assaggio le delizie etniche e il viavai di gente indaffarata e scontenta. La City, Brick Lane, Camden Town, Chelsea. Londra è un incrocio multicolore di archetipi umani: lo spaccone, l'ubriaco, l'uomo d'affari, il sedicente rivoluzionario. Come tutte le Capitali è una scuola per aspiranti sociologi, è metafora dell'interculturalità, del mondo a venire. Qui temi sempre che possa succedere qualcosa, qualsiasi cosa. Ti senti piccolo al cospetto della Saint Paul's Cathedral e, non l'avresti mai detto, minuscolo nell'osservare il London Eye guardato tra le sculture di Dalì. Percorrendo il Millenium Bridge, si scorge l'imponenza del Tate Modern, meta della nostra passeggiata. Un caffè e si parte.
Entrato, mi chiedo: "Beh e l'opera dov'è?" Un momento dopo,mi accorgo che l'Opera trionfa. Eccola.
Nella Turbine Hall, un'enorme struttura metallica, tredici metri per trenta, è "How it is" di Miroslaw Balka, poliedrico artista polacco partecipe delle Unilever Series del museo britannico.
Balka, già visto alla Biennale lagunare del 1993, è artista malleabile all'uso dei più disparati materiali tra i quali capelli, sapone e cenere con cui disegna il male di vivere e l'inquietudine della Fine, onnipresente memento mori ereditato da suo padre, scultore di pietre tombali.
La struttura rettangolare, essenziale e sublime nella sua perfezione geometrica, ma totalmente buia all'interno, è una chiara allusione alla rampa d'ingresso al ghetto di Varsavia o ai vagoni che deportavano gli ebrei verso i campi di Auschwitz e Treblinka. E come quegli uomini stipati all'interno di camere oscure facevano la Storia, noi spettatori siamo invece l'Opera, la sua Storia.
"How it is", rampa d'ingresso, Unilever Series, Turbine Hall, Tate Modern
Interagendo col buio assoluto, in cui, inermi, siamo risucchiati, perdiamo ogni contatto con la realtà, i nostri sensi lavorano a vuoto e i concetti spazio-temporali di minuti o profondità rivelano la loro fallacia.
Dannatamente non si riesce nemmeno a distinguere un contorno di viso umano: pur in compagnia si è soli, non si riescono a percepire nemmeno le proprie membra. Qui no, qui c'è l'assoluta oscurità dei sensi e della mente: un black out. È una sensazione strana, forse inumana, quella di non avere punti di riferimento, sapere di essere nudi e soli nella notte senza nè stelle nè luna. Non si ha più nemmeno un filo di voce per gridare all'altro il proprio disagio. Qui non c'è un altro, qui ci sei solo tu: "così com'è", "How It is". C'è ben poco da comprendere, da afferrare...si ghermisce qualcosa di consistente, nell'oscurità siamo polvere di stelle, comete senza magi a cui indicare il cammino. Difficile tradurre in parole che dici umane il vuoto, quel buio dei sensi che cercano disperati un appiglio. No, non ora, non qui. Tutto è diverso, adesso; è l'Arte che detta le regole, devi stare al suo gioco, non c'è via d'uscita. Arte: qui ne sei parte. Ma ci pensate? Una gigantesca camera oscura. Ci entri e... il Sublime, il Mistero. Colombo e le sue caravelle. Al suo cospetto sei solo un ometto od una donniciola piccola piccola, sei il punto interrogativo che termina ogni tua frase intestina.
Qui, nel mondo dell'Arte, viva, esistenziale, non conta il tuo nome, non più il tuo lavoro, non il tuo conto in banca. Qui ci si riappropria del pulsare del proprio cuore, della propria tempia impazzita. Fuori controllo. Palpi l'horror vacui, lo mastichi, lo inghiotti. Ma, esso è il nulla, pervade e sostanzia di mancanza d'essere. Qui, sei solo (con) te stesso, sei unico autore dello scacco della tua esistenza sensoriale. Qui non c'è nulla per cui i sensi possano dire "lo sento". Tutto è nella tua mente, essa è una scatola buia, oppressa da un coperchio gravoso: è lo Spleen, è Baudelaire e le sue notti parigine passate alla ricerca di una luce pubblica sempre più fioca, fino a spegnersi. How It is. Ogni colore, qui, è simile ad un altro: non esiste, è acquaragia.
Se l'interpretazione di fatti è cosa ben difficile, interpretare il monumento aere perennis di Balka è cosa angosciante, proibitiva, ma tuttavia da fare. Non nascondo che l'istinto di conservazione, a tratti, mi censura lo spendere parole e pensieri su un'opera così inquietante, ma l'opera è lì...e reclama a gran voce una impressione, uno sconvolgimento interiore: un'interpretazione, per quanto dura essa sia. "Così com'è".