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martedì 3 aprile 2012

Riceviamo e Pubblichiamo! - Arte e politica di Vincenzo Conciatori


In merito al dibattito creato dalla lettera-post inviata da Alberto Esse (consultabile cliccando qui) posto il contributo dell'artista Vincenzo Conciatori. 


Caro Marco,
Vincenzo Conciatori, Esempio di "surreal - metafisica"
l'attuale situazione politica - economica del nostro Paese, non permette di dare continuità e crescita all'arte. D'altra parte non ci sono neppure le persone con la sensibilità e l'amore per l'arte ... senza dimenticare che le istituzioni fanno tutte orecchie da mercante .....
Vincenzo Conciatori, Burattini o burattinai?
Vincenzo Conciatori, La fabbrica delle illusioni (il mio atelier)
La soluzione a questa situazione puo' trovarsi in un progetto "geniale", quanto semplice.  Chi è nel giro dell'arte da tanti anni, come il sottoscritto, conosce perfettamente le problematiche  per la promozione e divulgazione dell'arte e le possibili soluzioni ..... tutte dettate dall'economia (ci vorrebbe un Berlusconi) e da interessi politici che non vedano uno schieramento dichiarato nè a destra nè a sinistra, in quanto l'arte non ha ideologia politica.  Malgrado questa iniziativa possa avere sicuro successo a parte le premesse economiche ... rimane il fatto che quasi tutti gli artisti si ritengono dei "Leonardo Da Vinci" e quindi, di difficile aggregazione.   Quanto sarebbe invece facile ottenere un altissimo numero di consensi, visto l'elevato numero di artisti in Italia. se gli stessi potessero ottenere il finanziamento pubblico dal Governo e dove le sedi di tutta Italia siano anche delle vere e proprie Gallerie.....! Per i particolari si rimanda ad altra occasione ed approfondimento. Disponibile ai chiarimenti .... cordialmente saluto....
Vincenzo Conciatori    

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Vincenzo Conciatori   Art Director, artist, ...



Il dibattito inizia qui!
Invito tutti coloro che sono interessati all'argomento, e desiderano scambiare il proprio punto di vista, a scrivermi all'indirizzo marcocav82@hotmail.com 
I post saranno anche discussi sul profilo Facebook Terra di sud/Blag! e sulla Fanpage Blag!

domenica 1 aprile 2012

Riceviamo e Pubblichiamo! - Ripensare l'Arte Povera, 1967-2011/2


Riceviamo e pubblichiamo una missiva dell'artista Alberto Esse a proposito del mio articolo sull'Arte Povera apparso su Blag! il 15 Febbraio 2012 e consultabile clikkando qui: 
Ripensare l'Arte Povera 1967-2011/2


Le questioni sollevate da Esse sono, a parere di chi scrive, di profonda pertinenza nei confronti del cosa voglia dire fare arte oggi e ripropongono LA domanda:


"l'Arte é cosa da museo o opera la cui carica dirompente non puo' e non deve essere messa al riparo tra quattro mura?" 


La questione é di difficile soluzione perché un'arte non da museo diventerebbe un'arte non vendibile, non commerciale e commercializzabile che comporterebbe una immediata rovina del mercato dell'arte stesso. Tuttavia non si puo' non valutare attentamente il contenuto di quanto scritto sotto...insomma decidere da che parte stare é scelta ardua...con questi pensieri lascio la parola ad Alberto Esse:


"L'operazione-evento “Arte Povera 2011”, che doveva costituire un importante momento di documentazione e storicizzazione di un movimento che giustamente è considerato con il Futurismo di fondamentale importanza nell'avventura delle arti visive del secolo passato, rischia di ottenere effetti opposti.
E non solo a causa di due errori (o falsi) storico-critici: l'estensione forzata e forzosa fino ai nostri giorni di un movimento conclusosi all'inizio degli anni '70 e la sua limitazione a soli ed esclusivi 13 protagonisti.
Se si esaminano le mostre in corso e si leggono i contributi critici del catalogo appare evidente che vi sia un tentativo diffuso di far passare come elemento fondante, quando non esclusivo, dell'Arte Povera quello dell'uso di materiali poveri (visti e declinati in tutte le loro funzioni poetiche, estetiche, concettuali, oniriche ecc).
Ora, se è innegabile che l'uso di materiali poveri (considerati soprattutto, molto concretamente, come portatori di una visione poveristica anticonsumistica) fosse UNA delle caratteristiche di questo movimento, è altrettanto innegabile che accanto a questa ve ne erano altre della stessa importanza e fondanti: la critica al ruolo e alla funzione della figura dell'artista quale “giullare” del sistema dell'arte basato sul mercato e la critica al sistema di produzione e diffusione dell'arte (allora e tuttora) vigente attraverso gallerie e musei, con la conseguente ricerca di nuovi ed “altri” circuiti di comunicazione e di nuovi ed altri utenti individuati in primo luogo nelle classi e categorie sociali protagoniste del grande cambiamento in atto in quegli anni.
Da quest'insieme di caratteri deriva la forte spinta antiistituzionale di una forma artistica che non a caso veniva apertamente definita, nel primo e più significativo manifesto, come “Arte di guerriglia”. Tutte caratteristiche che oltre ad essere, come visto, ben presenti nei testi critici erano soprattutto presenti nelle opere e nell'operare anche dei nostri, o meglio celantiani, “magnifici tredici”.
Il tentativo di mistificare e svuotare l'Arte Povera dei suoi significati primari, riducendola da complessa arte di guerriglia a innocua merce da aste, è pienamente confermato poi nelle scelte espositive con cui, almeno nelle principali mostre di Milano, Bologna e Torino, rispetto a una possibile ipotesi di museizzazione, si è scelto la via della museificazione. Vale a dire, la acritica e meccanica trasposizione in spazi rigidi di opere spesso nate per vivere ed essere fruite fuori da gallerie e musei. Opere spesso nate per essere interattive e coinvolgenti, per essere strumento performativo, per essere toccate, usate, a volte anche distrutte costrette in rigidi spazi museali dove, per ragioni di principio o di sicurezza, non possono essere pienamente fruite e utilizzate, ma nemmeno toccate subendo una straniante decontestualizzazione ambientale e storica con un'operazione di re-aurizzazione che contravviene in pieno al loro spirito iniziale.
Certamente il problema della museizzazione, e in generale della esposizione delle opere storiche dell'Arte Povera, è complesso e di difficile soluzione. Ma il negarlo, il non prenderlo minimamente in considerazione, il non affrontarlo con corrette scelte filologico-espositive nell'allestimento della maggioranza delle mostre di “Arte Povera “2011”, il far languire in spazi e situazioni inadatte opere nate per interagire e vivere assieme al fruitore è , a mio avviso, un ulteriore errore imperdonabile che va a completare un'operazione tesa al progressivo svuotamento dell'Arte Povera a favore di una sua re-aurizzazione che risulta funzionale non tanto alla ricerca e alla sistematizzazione storica e critica quanto a una banale reificazione."
Alberto Esse  


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Marco Caccavo 

mercoledì 15 febbraio 2012

Ripensare l'Arte Povera, 1967-2011/2


"Uscire dal sistema vuol dire rivoluzione."
Appunti per una guerriglia,

Germano Celant, 1967



Michelangelo Pistoletto, Sfera di giornali, 1966
carta di giornale pressata e incollata
dimensioni dello spazio

La contemporanea collettiva itinerante, inauguratasi nel settembre 2011 e che si protrarrà fino ad aprile 2012 in alcune delle principali città italiane ( Bari, Bergamo, Bologna, Milano, Napoli, Roma e Torino ), offre la possibilità di ripensare, attraverso l'esposizione di ben 250 installazioni ambientali, affiancate da 50 opere di artisti americani ed europei, il senso dell'Arte Povera, movimento nato sulla scia del subbuglio di idee di metà anni '60, e della sua portata rivoluzionaria. Germano Celant, critico e mentore del movimento, nel 1967, anno d'apparizione del manifesto "Appunti per una guerriglia", già intravedeva un artista finalmente libero, pro-gettato in "un'arte povera, impegnata con la contingenza, con l'evento, con l'astorico, col presente", ormai divenuto guerrigliero dove la sua povertà é identità del suo essere uomo con l'azione, col comportamento sempre imprevedibile e invincolato, tale da sottrarsi finalmente a quella catena di montaggio che lo rendeva ingranaggio del meccanismo dell'arte. La ribellione del '67 che voleve l'artista da sfruttato a guerrigliero é più che mai attuale. Appropriata ai tempi moderni é ancora la macchina da guerra di Celant, ma nuovi sono i campi di battaglia e rinnovate sono le scommesse. Chi fa arte oggi deve riprendere a muoversi come un cavallo nel gioco degli scacchi ed ancora più osare l'utilizzo di materiali inconsueti come lettere d'un alfabeto d'una lingua dal significato cangiante.  Fughiamo ogni dubbio, l'arte povera non lo é in quanto si colga gratuitamente o con un frugale slancio dell'intelletto, ma in virtù del suo essere espressione umana che privilegia materiali poveri, come una foglia di lattuga o un insieme di stracci, in quanto elementi basilari, imprescindibili, primi e primordiali. Ed ecco la realtà ridotta ai minimi termini da questi atomi che, invece, nell'arte ricca diventano tasselli materici sviliti di significato che corrono a comporre lo specchio di una vita fin troppo opulenta e comoda che non si preoccupa che della cipria da gala. La portata politica di questo vecchionuovo utilizzare il materiale d'arte é ancora attuale in un mondo contemporaneo dove, badando maggiormente al fronzolo, ci si é dimenticati dei componenti che quell'orpello tengono in piedi. L'arte povera é soprattutto uso del materiale primario in sé, elemento madre - mater che dà la vita - che cova e sviluppa una lotta continua, polemos, bellum. Dov'é finita la lotta degli elementi ai nostri giorni? Dove la tensione chimica tra atomi? Tutto é ancora previsto e prevedibile, tutto é già spiegato. Dov'é la meditazione attiva che sorge dalla visione di un'opera? La speculazione post arte é quanto di più guerrigliero e militante possa esserci, allontanando definitivamente la fruizione de l'art pour l'art buona, nel contemporaneo, solo per essere sfogliata nei manuali di storia dell'arte. Altra caratteristica del povero, ieri come oggi, é la sua spinta centrifuga che ruppe allora l'asse artistico occidentale e neocoloniale, i famosi legami Parigi-New York, per poi volgere il proprio sguardo verso quel decentramento che ha investito culture e territori prima esclusi di fatto dall'arte che conta. Ripensare, attualizzandola, l'Arte povera, non é quindi un di più, un favore che l'eurocentrismo concede alle culture inferiori, ma una, o meglio la, possibilità politica globale che i vecchi continenti hanno di riprendere un dialogo meticciante, perché decentralizzato ed orizzontale, con le ormai ex nuove economie che oggi, di fatto, hanno in mano le redini della crescita mondiale, paesi artisticamente poveri che in virtù della loro particolare e inattuale lotta per la ricchezza sono oggi i veri guerriglieri del mondo a venire.

Alighiero Boetti, Mappa, 1983
ricamo su tela
112 x 167 cm  
Articolo apparso sulla rivista online Dubbio Metodico il 15 Febbraio 2012