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mercoledì 12 febbraio 2020

“Fare il proprio tempo”, farsi opera per abitare la memoria


“Faire sont temps” (fare il proprio tempo) è la retrospettiva consacrata all’opera di Christian Boltanski che fino al 16 marzo occuperà il quarto piano del Centre Pompidou di Parigi. 
Ideata come opera unica e continuativo flusso di memoria, la mostra si compone di oggetti e simulacri delle vite di Boltanski e degli altri.  L’esposizione, come direbbe Joseph Beuys, “entra lo spettatore” in uno spazio “sacro”, segnato da un “départ” e un “arrivée”; qui il fruitore ripercorre il “proprio tempo degli altri” riflettendo sul suo sistema di oggetti memoriali e creando inconsciamente il proprio museo per ingressi a venire. 
Tema centrale, e nodo cruciale dell’interrogarsi artistico di Boltanski, è, infatti, la Memoria. Questa si fa oggetto-testimone vivo che, se messo sotto teca e quindi musealizzato, diventa presenza muta e aperta sul possibile in virtù dell’ontologica difficoltà interpretativa. 
Nella sua doppia dimensione memoriale, personale e collettiva, di matrice ricoeuriana, il percorso offerto da  Boltanski permette di umanizzare l’anonimato del “si muore” tramite un’esclusiva archeologia dell’oggetto-ricordo, confuso e precario, che, con la sua presenza  fuori tempo e contesto,  rende vivo il ricordo perché dimenticato.
Effettivamente, l’interesse della mostra risiede anche nella debolezza dei codici interpretativi a disposizione dello spettatore-archeologo. Questo perché l’esercizio di  memoria risulta essere per lo spettatore una libera interpretazione associante il proprio vissuto biografico all’insieme dei presenti a cui la memoria rimanda. 
Tra fotografie, indumenti, veli che ricordano impressioni di sindone, lampadine che rammentano la fragilità del vivere e scatole-reliquari che sigillano il pieno non visibile, la presentazione di Boltanski è soprattutto invito alla trasmissione del proprio tempo, alla sua connessione coi tempi degli altri. “Fare il proprio tempo”, dunque, affinché il tempo venga raccontato, affinché ognuno di noi possa aver diritto al proprio memoriale, alla propria teca di oggetti in disordine e quindi al proprio gioioso oblio interpretativo. 
Se è vero che ogni arte è nel tempo, pare tuttavia che la pratica artistica di Boltanski sia anch’essa soggetta alla temporalità come, d’altra parte, sostiene lo stesso artista quando afferma: “prima ricevevo lettere, oggi ci sono le mail”. Probabilmente, Boltanski allude a una memoria, quella numerica, che sfugge alla sua pratica di artista che vive i “tempi supplementari” della vita.
L’attuale numerizzazione della memoria alle quale affidiamo il nostro museo-memoriale produce un diario virtuale quali sono le principali piattaforme di condivisione online. Queste potrebbero mettere a repentaglio la costruzione fattuale-oggettiva del proprio museo, quando lo affidiamo con un click a “mecenati” che lo stanno allestendo privatamente, e forse a nostra insaputa, in server ospitati chissà dove. 
Cosa ne è, quindi, del ricordo? L’oggetto-ricordo, prima confuso e vivo, potrebbe essere spogliato della sua dimensione temporale per essere reso attuale e presente, ma soprattutto controllato e oggetto di baratto-monetizzazione. La questione sollevata da Boltanski pare essere legata alla materialità del ricordo, alla sua traccia viva. Oggi, l’internauta, che come  tutti ha diritto al proprio museo, affida invece quello-che-ha-fatto-nel tempo ad un algoritmo che seleziona, valuta e stocca i propri ricordi. La memoria, diventa così un sistema ripulito, organizzato, ordinato su base algoritmica con criteri a noi oscuri. 
Inoltre, ci si potrebbe interrogare sulla temporalità della memoria all’ora dei social media. Una fotografia scattata seduta stante per ricordo e immediatamente postata appartiene a quale categoria temporale? 
Quella della memoria-presentista che indurrebbe una paradossale archeologia del presente? Infine, quale valore per il post-ricordo-traccia nell’era dei social? La sua messa a disposizione generalizzata per milioni di utenti frettolosi andrebbe a cozzare col necessario atto di sospensione intellettuale per iniziare la “storia” della memoria. Narrazione che poi sarebbe solo accennata e superficiale perché il “ricordante” non sarebbe “ricordato” il giusto a causa del rapido flusso numerico indotto dai ricordi degli altri. 
L’internauta così correrebbe il rischio di inseguire la migliore memoria a venire, svilendola di senso. Magari di costruirsela a tavolino seguendo i parametri estetici più in voga, quelli che porterebbero più “mi piace”, non rendendosi forse conto di destinarla e destinarsi, così facendo, al reale museo dell’anonimato.  





Bibliografia

•    Christian Boltanski : l’art et la mémoire. Trasmissione radio France culture, Parigi, 2019
https://www.franceculture.fr/emissions/linvite-des-matins/christian-boltanski-lart-et-la-memoire

•    Christian Boltanski, Faire son temps – Au Centre Pompidou. Connaissances des arts – hors-série, Parigi, 2019

•    Boltanski, faire son temps. Dossier de Presse, Centre Pompidou, Parigi, 2019




Christian Boltanski, Crépuscule (2015). Archives Boltanski. Photo: Joana França




Christian Boltanski, Grandes Véroniques (1996). Courtesy Power Station of Art. Shangai. Photo: Jiang
Wenyi



Christian Boltanski, Réserve des Suisses Morts (1991). IVAM, Instituto Valenciano de Arte Moderno

martedì 16 aprile 2013

L'oggetto d'arte: una proiezione, un portavoce, una mano tesa

Cultura. Il critico d'arte Marco Caccavo, venerdì' alla Fondation Carzou, ha immerso il suo pubblico nel "processo di creazione artistica".

L'oggetto d'arte: una proiezione, un portavoce, una mano tesa

"Il processo di creazione artistica" é il tema di una conferenza tenuta venerdì' alla Fondazione Carzou dal critico d'arte Marco Caccavo, insegnante presso la scuola internazionale.
Immersione proposta alla vigilia di un concerto performance nel quale si incroceranno varie arti, organizzato durante una residenza di 5 giorni della scultrice Thémo Bennacer, l'autore James Fontaine, la musicista Nell Sin.

"Prendere il proprio posto in questo flusso vitale"
"Nessuna cosa é stata mai scritta o dipinta, modellata, costruita, inventata se non per uscire dall'inferno", scriveva Antonin Arthaud nel suo "Van Gogh o il suicidio della società".
"Perché l'uomo é posseduto da questa volontà di fare e di creazione che non gli sono necessarie, mentre potrebbe condurre la sua vita non creando delle cose "inutili"...? Prima domanda che pone il conferenziere.
All'inizio del processo, lo shock della venuta al mondo, colloca, secondo Marco Caccavo, questa "specie di apocalisse" all" "uscita dal sogno" verso una "rinascita" che animerà tutta la vita questa "volontà di prendere il proprio posto in questo flusso vitale" in perpetuo movimento, di partecipare al reale diventando attore della "modificazione del mondo".

"Io devo essere la mia opera"
L'arte "é un anti destino", diceva Malraux, visione condivisa dal conferenziere, quella del creatore che rivaleggia con dio, scongiurando la morte, lasciando "una traccia che gli sopravviva, che sia testimone del suo passaggio", caricando "l'oggetto portavoce" della sua impronta.
"Io devo essere la mia opera".
Nel Medioevo, la radice latina della parola "artista", "ars", significava "un buon artigiano", un "artifex", un fare con tecnica, "una forma superiore del fare".
Poche sfumature allora differenziavano l'artista dall'artigiano, entrambi padroneggiavano il saper fare.
La distinzione significativa sopraggiunge nel Rinascimento
"L'artigiano d'ora in poi sarà colui che fa qualcosa di bello e di utile, l'artista colui che fa il bello inutile".

"Un grido d'umanità"
Il conferenziere non attribuisce un fine ben definito all'oggetto d'arte. La sua aspirazione non é quella di piacere, di significare come le statuette primitive, un'adorazione a un dio, a un capo, la sua ricerca supera le frontiere dell'estetismo, "ci obbliga a pensare, riflettere, dà delle piste d'interpretazione, delle sensazioni, delle impressioni alle quali lavorare con noi stessi".
Si compra un oggetto artigianale per le sue qualità utilitarie, ornamentali. Acquistare una creazione artistica é un rispondere a "un grido di umanità al quale non si sa rinunciare".

"Una mano tesa"
Marco Caccavo cita Michelangelo che parlava cosi' della scultura: "Vedi un blocco, pensa all'immagine: l'immagine é li' dentro, é sufficiente solo liberarla". Quando crea, "é il suo bambino-proiezione che nasce dal blocco". Se l'arte é la creazione-specchio, é anche e soprattutto "la forma primordiale della comunicazione umana".
L'artista "crea per gli altri, mette tutto il suo essere in piena luce, é nudo, animato da una volontà di condivisione, da una volontà di arrivare a un cammino comune con l'altro. L'arte e l'artista, attraverso questo mezzo, sono come una mano tesa che ci dice semplicemente: "Seguimi, dimmi, comprendimi, toccami".

Nadia Ventre
La Marseillaise
Traduzione in italiano dell'articolo apparso su "La Marseillaise", Domenica 17 Marzo 2013