L'ormai obsoleta attualità della questione femminista, mal tollerata nella nostra società di chiaro stampo fallocentrico, (diciamocelo chiaramente, tutti noi uomini vorremmo demandare alle nostri mogli e figlie il fare la spesa, rammendare i calzini e il cucinare, classificandoli appunto come “cose da donne”) tiene sempre banco. Vedi la donna nascosta dal burka, vedi il sorrisino che strappa l'omossessuale anche alle labbra più progressiste, l'essere donna, o il non propriamente uomo ha, per il pensare comune, un limite intrinseco: il peccato originale di non essere Maschio. Proprio della donna, sempre secondo il comune sentire, è il gradino immediatamente inferiore a quello dove troneggia (verbo proprio del Tronista) l'Uomo. Tuttavia, la Storia
la fa chi è al secondo posto, chi arranca nell'ombra ed è, o è stato, oggetto di scherno e pettegolezzo. Se è vero, come è vero, che chi è vittima di discriminazioni e di frecciatine maliziose cova in sè il cambiamento, le storie dei “secondi” sono allora le più degne di essere raccontate per via della loro sempiterna attualità e della loro portata didascalica. Eccone una del secolo scorso o forse dei nostri giorni.
Tra le piane emiliane del primo novecento, il passaparola era rapido e deciso come il passo della mazurka. “Il diavolo in gonnella, arriva il diavolo in gonnella!”. Bimbi ed adulti erano pronti a sporgersi dal balcone o a mettere il naso fuori le timide finestre dei piani rialzati. “Eccola che passa”. Il diavolo in bicicletta, una donna dalla maglia aderente e pantaloni alla zuava, passava in fretta guardando dritto dinanzi a sè, come se non avesse tempo per le chiacchiere di paese che la volevano china nei campi o balia premurosa. Niente di tutto
ciò, a lei interessava solo pedalare, correre più veloce del pregiudizio e del chiacchiericcio del popolo, dritto verso la meta, verso quel sogno chiamato Giro d'Italia. Sarebbe stata la prima donna della storia a partecipare alla corsa in rosa al fianco di uomini, esemplari della prosopopea del regime fascista. Era il 1924. Alfonsina Morini, il nostro diavolo su due ruote, nacque nel 1891 da una umilissima famiglia di contadini, più

Quello sarebbe stato il suo primo e ultimo giro. Il regime fascista, infatti, le negò l'iscrizione alle successive edizioni perchè, nel ventennio, le donne dovevano : ”tenere in ordine la casa, vegliare sui figli e portare le corna”. Ma la sua passione, più forte delle censure, le permisero di aprire una rivendita di biciclette con annessa officina per le riparazioni. Alfonsina, iscrittasi al Giro col nome di Alfonsin Strada, ad ogni
vigorosa pedalata pareva voler lasciarsi dietro l'apprensione per il suo presente: un marito in manicomio, la retta scolastica di una nipote da pagare e il continuo bisogno d'emancipazione, del sentirsi alla pari o meglio degli uomini. Era il sogno di un'esistenza indipendente dalle tasche del “marito, padre, soldato” della propaganda fascista. E ai giornalisti, che chiedevano il perchè avesse scelto di correre, rispondeva confidando che, per far fronte alle sue spese, l'alternativa in quegli anni sarebbe stata la prostituzione. Ma,

dittatori dell'ultim'ora non possono fermare. E come Alfonsina, sporca e umiliata, queste donne si
aggiudicheranno la maglia del vincitore, finalmente rosa per davvero.
Per i più curiosi:
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